No all’esimente dello stato d’ira per chi insulta l’ex sui social Cosi la Cassazione con la sentenza 24614/22 se si insulta l'ex moglie sui social.

6 Luglio 2022 0 Di

(PressMoliLaz.) Roma, 06 Lug. 22  Nessuna esimente dello stato d’ira per l’ex marito che su Facebook insulta l’ex moglie al termine di una separazione travagliata. A stabilirlo è la Corte di Cassazione con la sentenza 24614/2022

Nella vicenda, la corte d’appello di Catania ha confermato la decisione del tribunale della stessa città che, con rito abbreviato, aveva dichiarato colpevole di reato diffamazione aggravata un soggetto per aver offeso l’onore e la reputazione dell’ex moglie pubblicando frasi offensive nei confronti della stessa su un social network.

Avverso la sentenza il ricorso dell’imputato «aveva dedotto la violazione di legge e l’omessa motivazione in relazione agli articoli 595 e 599 al 2° comma del codice penale per non avere la Corte territoriale applicato l’esimente della reazione d’ira provocata da fatto ingiusto altrui».

A tal proposito la difesa riferiva che «la reazione dell’imputato benché non immediata è non di meno maturata nel contesto di un lavorante conflitto interpersonale e di un clima caratterizzato da contrasti minacce e vessazioni da parte dell’ex moglie che ostacolava soprattutto la frequentazione tra quest’ultimo e la prole e la famiglia stessa, che avrebbe provocato un persistente stato d’ira nel ricorrente».

Lo stesso aveva eccepito «la violazione di legge e omessa motivazioni in relazione all’articolo 62 bis del codice penale, nel momento in cui la Corte d’appello, «nel denegare l’applicazione delle attenuanti generiche, si sarebbe limitata a una motivazione puramente reiterativa degli argomenti già espressi sull’esimente prevista dall’articolo 599 del codice penale». Secondo la difesa invece l’asserita mancanza del fatto ingiusto non sarebbe sufficiente a giustificare anche la mancata applicazione delle circostanze attenuanti generiche». La difesa a sostegno delle proprie tesi invoca il «leale comportamento processuale del ricorrente». Il terzo motivo eccepito riguarda la violazione di legge e l’omessa motivazione in relazione all’articolo 157 del codice penale con la richiesta al collegio di accertare se sia maturato il termine di prescrizione dei reati.

Secondo la Corte di Cassazione sono non pertinentirispetto alla «specificità del caso in esame i rilievi della difesa relativi alle tante sfaccettature che può della reazione in stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, rilevante fini della riconoscibilità dell’invocata esimente». Nonostante la copiosa giurisprudenza riportata in cui viene ribadito «come l’immediatezza della reazione debba essere intesa in senso relativo ed elastico non si attaglia all’argomento principale sviluppato nella motivazione della sentenza impugnata cioè il mancato riscontro di un comportamento ingiusto della persona offesa, saldamente ancorato alle risultante processuali».

In particolare per la Corte d’appello «un mero stato di contrasti o rancore tra le parti non integra una situazione per la quale possa ritenersi che il fatto ingiusto asseritamente patito dall’agente determini improvvisamente lo stato d’ira.

Nel rilevare la mancata prova del nesso di causalità tra reazione dell’imputato e asserito fatto ingiusto, i giudici di appello hanno fatto buon uso dell’orientamento della Corte di cassazione secondo cui «nel delitto di diffamazione ai fini della configurabilità dell’esimente di cui all’articolo 599 del codice penale, ancorché non rilevi la proporzione tra la reazione e il fatto in giusto altrui, occorre tutta via che sussista un nesso di causalità determinante tra il fatto provocante ed il fatto provocato, non essendo sufficiente il legame di mera occasionalità (sezione 5 numero 39508 dell’11/05/2012)».