Isernia perde uno degli ultimi testimoni del bombardamento del ’43: addio a Fernando Damiani

21 Gennaio 2026 0 Di

(PressMoliLaz.) Isernia, 21 Gen. 26   Con la scomparsa di Fernando Damiani, 97 anni, se ne va uno degli ultimi superstiti della distruzione di Isernia seguita al bombardamento del 10 settembre 1943. Con lui si spegne un frammento prezioso della memoria cittadina. Quel giorno vide la sua casa trasformarsi nella tomba dei suoi genitori, della sorellina di appena otto anni e di una delle zie. Del corpo della madre non fu mai trovato nulla. Nonostante il dolore immenso che lo accompagnò per tutta la vita, Damiani non si era mai sottratto al dovere del racconto: parlava ai giovani, alle scuole, a chiunque volesse ascoltare, affinché la memoria non si spegnesse e diventasse un monito contro ogni guerra.
Nel giorno dell’addio, il nipote che porta il suo stesso nome ha scelto di salutarlo con una lettera colma d’amore, sofferenza e desiderio di far conoscere suo nonno anche a chi non ebbe la fortuna di incontrarlo. Un ritratto affettuoso di un uomo che seppe trarre forza dai momenti più duri senza mai arrendersi.
“Nonno Fernando, Fernando Giammatretta, ha incarnato profondamente lo spirito di questa città. ‘Isernia, la vetusta, sette volte distrutta da conflitti e terremoti, è sempre risorta a novella vita per il lavoro e la bontà d’animo dei suoi cittadini’, così iniziava una delle sue tante storie, aneddoti, miti, fatti e raccontini. Narrazioni che costituiscono la nostra città, fatte di luoghi che non ci sono più, di tempi ‘altri’, cioè non più nostri, di protagonisti che vengono meno e lasciano un vuoto in questo mondo di comparse.
La sua presenza in città fu, invece, da protagonista nel commercio, nel bombardamento e nello sfollamento, nella ricostruzione durante un dopoguerra animato da piccoli negozianti, grandi lavoratori, che hanno trasmesso ai loro figli, a mio padre, i più alti valori dell’etica del lavoro e il rispetto puntuale della parola data. Lui, che ha contribuito all’inizio della prima classe delle scuole magistrali a Isernia, appariva sempre disilluso e contrariato per la decadenza dei nostri tempi e delle nuove generazioni (che erano praticamente tutte quelle successive alla sua), ma allora perché testimoniava a noi nipoti, a chi lo intervistava, ai clienti del negozio, a chiunque vivesse la sua casa e provenisse da Romania, Polonia o da altre parti d’Italia, cosa era stata Isernia e la sua visione su cosa ne era oggi?
Perché la verità è che dietro quello sguardo austero, quella voce burbera e netta, quell’andatura signorile e altezzosa, c’era un uomo che aveva a cuore tutti noi isernini. Aveva a cuore il nostro futuro, il futuro di Isernia e dei suoi cittadini. Sul passato, sulla memoria del bombardamento che aveva portato via i suoi genitori e la sorella, sulla celebrazione delle tradizioni, delle fiere, dei canti, del teatro di Isernia, del dialetto si poteva costruire una città migliore.
‘Sernia mea, quant’sci bella tu’, lo diceva in tono lirico, sospirato, mentre ci fissava e chissà quale pezzo di storia cittadina stava rivivendo nella profondità dei suoi occhi e ci avrebbe donato con voce commossa.
Ci ha insegnato una lezione unica, antica e impopolare, che se la dicesse oggi suonerebbe come un monito: ‘Sernia è nu fuoss, chi ve s’nfossa e chi z’ne va e nu fess’.
Oggi è lui che se ne va, ma fesso non sarà mai finché rimarrà qui a Isernia dentro di noi.
Grazie nonno Fernando, Fernando Giammatretta”.