“Quando la toga salta: il giorno in cui la neutralità della magistratura è sembrata crollare” (video) Scene imbarazzanti
25 Marzo 2026di Vito Garofalo
(PressMoliLaz.) Napoli, 25 marzo 26 C’è un’immagine che resterà impressa a lungo nel dibattito pubblico italiano: un bel gruppone di magistrati, riuniti nella saletta dell’Associazione Nazionale Magistrati del tribunale di Napoli, che brindano con champagne, cantano “Bella ciao” e intonano cori da curva come “Chi non salta Meloni è” e “Chi non salta Imparato è”.
Lo documentano diversi video circolati online e ripresi da numerose testate, tra cui Sky TG24, Quotidiano Nazionale, Il Foglio, TGCOM24 e altre.
Non si tratta di un gruppo di cittadini qualunque.
Non si tratta di un comitato politico.
Non si tratta di una festa privata.
Si tratta di magistrati, dentro un tribunale, in una sede istituzionale.
E questo cambia tutto.
Un festeggiamento che pesa come un macigno
La scena, già di per sé discutibile, diventa ancora più problematica se si considera il contesto:
il referendum sulla giustizia riguardava direttamente l’assetto e il ruolo della magistratura.
Vedere alcuni suoi membri festeggiare in quel modo, in un luogo istituzionale, non è un dettaglio folkloristico:
è un gesto che solleva interrogativi profondi sulla percezione di imparzialità dell’ordine giudiziario.
Non è questione di simpatie politiche.
Non è questione di tifo.
È questione di credibilità delle istituzioni.
Perché se la magistratura appare, anche solo appare, schierata, militante, partigiana, allora si incrina uno dei pilastri fondamentali dello Stato di diritto: la fiducia dei cittadini nella neutralità di chi giudica.
Il silenzio assordante di una parte della stampa
Colpisce anche un altro elemento:
la quasi totale assenza di indignazione da parte di una parte significativa del panorama mediatico, soprattutto quello più vicino alle posizioni progressiste.
Molti giornali hanno riportato i fatti, certo, ma spesso con toni minimizzanti, normalizzanti, quasi indulgenti.
Come se fosse tutto normale.
Come se fosse solo una “festa tra colleghi”.
Come se non ci fosse nulla di cui preoccuparsi.
Eppure, se la stessa scena si fosse verificata a parti invertite — magistrati che festeggiano un risultato politico sgradito alla sinistra, con cori contro un leader progressista — il trattamento mediatico sarebbe stato probabilmente molto diverso.
Questa asimmetria non è un dettaglio:
è un problema culturale, che alimenta la percezione di una magistratura e di un sistema non equidistanti, non neutrali, non super partes.
Il caso Imparato: quando il dissenso interno diventa bersaglio
Tra i cori, uno in particolare ha fatto discutere:
“Chi non salta Imparato è”, rivolto alla magistrata Annalisa Imparato, che aveva sostenuto il Sì al referendum.
Una collega, dunque.
Una professionista che aveva espresso una posizione diversa.
Che dei magistrati prendano di mira un’altra magistrata con cori da stadio è un fatto che va oltre la politica:
è un segnale di frattura interna, di clima da fazione, non da istituzione.
E questo dovrebbe preoccupare tutti, indipendentemente dalle idee sul referendum.
La domanda che resta: la magistratura reagirà?
Ora la questione è semplice e inevitabile:
la magistratura aprirà un’azione disciplinare o un’indagine interna su quanto accaduto?
Perché se non lo farà, il messaggio sarà devastante:
che tutto è permesso,
che la politicizzazione è tollerata,
che la neutralità è un optional,
che la toga può saltare, cantare, schierarsi, e nessuno avrà nulla da ridire.
E allora la fiducia dei cittadini, già fragile, rischia di sgretolarsi definitivamente.
Conclusione: un episodio che non può essere archiviato
Quello che è accaduto nel tribunale di Napoli non è un episodio folkloristico.
Non è una goliardata.
Non è una “festa privata”.
È un campanello d’allarme.
Un segnale di un malessere profondo.
Un gesto che mette in discussione la percezione stessa di imparzialità della magistratura.
E ignorarlo, o peggio, normalizzarlo, significa contribuire a un lento ma inesorabile logoramento della credibilità delle istituzioni.
La magistratura ha ora un’occasione:
dimostrare che sa essere garante, non parte.
Che sa essere arbitro, non tifosa.
Che sa essere istituzione, non fazione.
Il Paese aspetta una risposta.
E non può permettersi di non riceverla.


