Referendum giustizia: disagio sociale al 38% e sfiducia giovanile oltre il 60% .

26 Marzo 2026 0 Di

 

 

(PressMoliLaz) 26 Mar 26 Il recente referendum sulla giustizia non può essere letto soltanto attraverso il dato dell’affluenza. Dietro le percentuali ufficiali emerge infatti un segnale più profondo, che racconta il rapporto sempre più complesso tra cittadini e istituzioni.

A sostenerlo è un’analisi maturata sul campo da diverse realtà attive in ambito sanitario e sociale, tra cui AMSI (Associazione Medici di Origine Straniera in Italia), UMEM (Unione Medica Euromediterranea), Co-mai (Comunità del Mondo Arabo in Italia), AISCNEWS e il Movimento Internazionale Uniti per Unire, impegnate da anni nel dialogo interculturale e nella sanità italiana.

Il voto come espressione di disagio

Secondo le rilevazioni raccolte, solo il 42% dei votanti avrebbe affrontato il referendum entrando realmente nel merito tecnico dei quesiti. Un dato che si affianca a un altro elemento significativo: circa il 38% degli elettori avrebbe utilizzato il voto come strumento per esprimere un disagio politico e sociale.

Un segnale chiaro di distanza dalle istituzioni, che non riguarda più soltanto l’astensionismo, ma coinvolge anche chi si reca alle urne.

Giovani e sfiducia: una frattura strutturale

Particolarmente preoccupante è il quadro che riguarda le nuove generazioni. I dati evidenziano una crisi di fiducia profonda:

Il 53% dei giovani italiani dichiara di non sentirsi rappresentato dalla politica
Solo il 56% considera la democrazia la migliore forma di governo
Il 24% si dice aperto a soluzioni autoritarie in determinate condizioni
Il 60% ritiene che il proprio futuro sarà peggiore rispetto a quello dei genitori

A questi numeri si aggiungono le difficoltà economiche e sociali, soprattutto nel Mezzogiorno, dove oltre il 70% dei giovani vive ancora con la famiglia.

«Non è più un disagio percepito, ma strutturale», sottolinea il prof. Foad Aodi. «Quando oltre la metà dei giovani non si riconosce nelle istituzioni, il problema diventa sistemico».

Cittadini di origine straniera: oltre gli stereotipi

Un altro elemento chiave riguarda il comportamento elettorale dei cittadini di origine straniera. Le analisi smentiscono l’idea di un voto compatto: oltre il 55% orienta le proprie scelte in modo trasversale, sulla base di temi concreti come sanità, lavoro e istruzione.

Resta invece molto bassa – sotto il 20% – la partecipazione di chi non ha ancora la cittadinanza, principalmente per limiti giuridici.

Secondo gli osservatori, continuare a descrivere queste comunità come blocchi uniformi rappresenta un errore che rischia di distorcere la realtà e alimentare narrazioni fuorvianti.

La crisi della sanità

Tra i temi più critici emerge quello della sanità. Le organizzazioni coinvolte denunciano da anni un sistema segnato da sottofinanziamento e difficoltà crescenti nel garantire qualità e sostenibilità.

«Abbiamo più volte segnalato queste problematiche senza ricevere risposte adeguate», afferma Aodi, evidenziando la delusione diffusa anche tra gli operatori del settore.

Comunità e integrazione

Sul fronte sociale, viene ribadita la necessità di superare letture semplicistiche anche rispetto alle comunità musulmane. «Non esiste un voto musulmano compatto», sottolinea Aodi, ricordando esperienze di dialogo interreligioso come l’iniziativa “Cristiani in moschea” del 2016, che coinvolse oltre mille realtà in tutta Italia.

Un segnale che non può essere ignorato

Mettendo insieme tutti questi elementi, emerge un quadro che va oltre il singolo appuntamento elettorale. Il voto diventa così un indicatore dello stato di salute del Paese.

Un segnale forte, che – secondo gli autori dell’analisi – richiede risposte concrete e immediate da parte della politica.

L’appello finale è chiaro: «Non si tratta più di interpretare il voto, ma di rispondere a ciò che il voto sta esprimendo».