Habitus Maiensis: a Castel del Giudice rivive il vestito della memoria

21 Aprile 2026 0 Di

 

(PressMoliLaz.) castel del Giudice (Is), 21 aprile 26    Il vestito tradizionale di Castel del Giudice torna a vivere. Non come reperto ritrovato in un baule, ma come ricostruzione filologica, come gesto collettivo di cura verso la propria storia. Il 18 aprile la comunità altomolisana ha assistito alla presentazione di Habitus Maiensis, un progetto che ha trasformato una ricerca storica in un racconto multimediale fatto di podcast, audiostorie, illustrazioni e musica. Un lavoro che ha restituito colore, forma e significato agli abiti nuziali del borgo, simboli di identità e appartenenza.

Un racconto che intreccia storia, arte e comunità

Rosso per lei, indaco per lui: sono i colori che hanno ridato vita a un patrimonio perduto. Gli abiti nuziali di una famiglia agiata di Castel del Giudice non esistono più — le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale hanno cancellato quasi ogni traccia materiale — ma sono stati ricostruiti con rigore grazie a un lavoro interdisciplinare che ha coinvolto storici, sarti, artisti e musicisti.

A coordinare la ricerca è stata Luciana Petrocelli, responsabile dei processi culturali del Comune, che ha costruito l’impianto scientifico partendo da manoscritti ottocenteschi, in particolare l’Inchiesta Murattiana voluta da Gioacchino Murat. Da quelle pagine emergono dettagli vividi sulla vita dell’Alto Molise tra Settecento e Ottocento: la dieta delle diverse classi sociali, il ruolo centrale della mela — oggi tornata a essere simbolo del territorio — i 450 litri di vino annui consumati pro capite, il senso civico legato alla pulizia, la generosità del primo lunedì di maggio quando i più abbienti distribuivano pane ai poveri. E persino un dato sorprendente: Castel del Giudice fu tra i pochi centri ad accettare il vaccino contro il vaiolo, quando altrove era rifiutato.

«Habitus Maiensis è nato dal bisogno di recuperare un patrimonio stratificato di saperi e pratiche comunitarie — ha spiegato Petrocelli —. Non è solo un abito: è un modo di abitare i valori che definiscono la comunità».

Il progetto multimediale

Durante l’evento è stato mostrato un podcast di 8 minuti, narrato dall’attore Pasquale Di Giannantonio del Teatro Italo Argentino, accompagnato dalle illustrazioni di Marco Tarquini e dal montaggio di Rafael Carpio. Accanto al podcast, un’audiostoria approfondisce le vicende storiche che hanno guidato la ricostruzione degli abiti. Le immagini reinterpretano la tradizione con un tratto contemporaneo, mentre l’identità visiva del progetto porta la firma di Marino Di Nisio.

La musica ha avuto un ruolo centrale: il pianista Davide Marchesani ha reinterpretato al pianoforte il canto della Maggiolata, «una forma musicale settecentesca che affonda nella villanella napoletana, ciclica e sospesa, evocazione stessa del ritorno della primavera».

La ricostruzione filologica del costume

Il lavoro sartoriale è stato guidato da Antonio Scasserra, direttore del MUVES – Museo delle Vestimenta di Campobasso. Le fonti principali sono state due:

  • i capitoli matrimoniali, documenti notarili che descrivevano con precisione abiti e doti;
  • l’iconografia ferdinandea, i dipinti commissionati da Ferdinando IV di Borbone per rappresentare i costumi più belli del Regno, poi riprodotti sulle ceramiche di Capodimonte e diffusi in Europa.

Il costume femminile si distingue per il rosso dominante, colore delle donne sposate: camicie di tela e lino finemente lavorate, due corpetti sovrapposti, sottana bianca, sottogonna rossa e sopragonna chiusa sul retro. Elemento di prestigio è l’antesino, grembiule decorato con galloni che indicavano la ricchezza familiare.

Il costume maschile prevede una camicia alla coreana, due gilet sovrapposti e la gianberga in indaco, il capo più importante. A completare gli abiti, gioielli provenienti da Agnone: lo spillone, simbolico e protettivo, e gli orecchini contro il malocchio.

Un patrimonio che torna alla comunità

Gli abiti ricostruiti saranno esposti in modo permanente nella sala consiliare del Comune e diventeranno modello per i costumi popolari delle future edizioni della Maggiolata. Non solo memoria, dunque, ma un nuovo punto di partenza per una tradizione che continua a trasformarsi.

Habitus Maiensis non restituisce soltanto due abiti: restituisce un modo di stare insieme, di riconoscersi, di raccontarsi. Un vestito che torna a essere vivo perché torna a essere condiviso.